Secondo settennio: la scuola di base (1° – 8° classe)

Con la seconda dentizione le forze di apprendimento sono disponibili e dunque entra nella scuola dell’obbligo. La capacità pensante si è emancipate dalla vita puramente biologica, mentre la volontà e il sentimento sono ancora fortemente impegnati e mossi nel corpo e dal corpo. Ciò vuol dire che il bambino può prendere una certa distanza dalla realtà (che sarà sempre maggiore con l’avvicinarsi alla pubertà), e comincia a capire che essa è li e ha una sua vita anche se non è immediatamente nel raggio del suo muoversi e del suo interagire diretto.

Il legame fisico-imitativo col mondo gradualmente recede e lascia spazio a una nuova forma di rapporto con la realtà, tutta legata al sentimento. Come insegnanti dobbiamo accorgerci della qualità del pensare che ha ora a disposizione il bambino se vogliamo colloquiare con lui in modo conoscitivamente fecondo: e soprattutto dobbiamo capire che il suo pensare non ha ancora carattere critico-analitico.

Intorno al settimo anno nascono nel bambino una “intelligenza del cuore”, un’apertura e una curiosità verso il mondo via via sempre più vivaci : ma la sua esigenza interiore, che sta a noi intuire, è quella che questo mondo gli venga descritto nei grandi quadri in cui egli lo vede espanso, nelle immagini ricche, mobili, fluenti l’una nell’altra e tra loro in perenne colloquio. Fino alle soglie della pubertà (con momenti significativi che, per esempio, a 9 e a 12 anni comportano passaggi di rilievo) l’essere umano guarda la realtà con gli occhi dell’artista: egli non classifica a giustappone con pedanteria gli elementi, ma osserva il mondo come fosse un unitario organismo vivente.

Con le forze del sentimento il bambino è portato per istinto a cercare le leggi della natura dal lato della loro fecondità e armonia, delle loro connessioni più profonde secondo un’estetica che potremmo dire “vivente”: egli non separa la mucca dal prato su cui essa pascola e dal latte che lui stesso beve; il bambino non separa la spiga di grano dalla terra, dal sole e dal pane che mangia; non separa l’uccello dall’aria e l’aria dal suo respiro e dal senso di libertà; per il bambino l’aritmetica è sorella della metrica e della battuta musicale (del resto Pitagora lo aveva già detto secoli fa); ancora un preadolescente connette vivamente, per esempio, la vegetazione delle zone sub-polari, che presenta poche specie di piante basse che ripetono la loro forma per immense distensioni, al cielo sovrastante, dove ricompaiono sempre le stesse costellazioni, basse all’orizzonte; così come connette il rigoglio delle zone tropicali, dove innumerevoli specie di piante convivono svettando ed allargandosi in ogni palmo di terra, al fatto che nel cielo durante l’anno passa il firmamento intero.

Anche i rapporti umani per tutto il secondo settennio sono improntati al bisogno di un’armonia e, come nelle sinfonie, i bambini sentono l’importanza del direttore d’orchestra: egli è per loro un’autorità amata, un punto di riferimento che vogliono saldo, affinché sia presente nel fluire del tempo. Il bambino non distingue la necessità dell’ortografia corretta dal sentimento che un altro essere umano, in primo luogo il maestro, leggendo il suo scritto sia contento, capisca il messaggio ed entri in buona relazione con lui; egli non ha la più pallida idea di cosa significhi ricevere un giudizio di valutazione, un voto: vive i voti come l’espressione della contentezza o della scontentezza dell’insegnante nei suoi confronti, e se si impegnerà ad essere “bravo” lo farà o per affetto, o per paura. E sempre di sentimenti si tratta.

Nel bambino esiste inoltre una naturale capacità di interazione con i coetanei portatori di handicap dei quali è in grado di comprendere, a tutti i livelli, il linguaggio. Sulla base della pedagogia terapeutica steineriana – che si occupa di offrire lo stesso percorso di formazione evolutiva nei modi adatti a seconda degli ostacoli fisiopsichici presenti – sono nati nel mondo molti centri di pedagogia curativa e di socio-terapia (in Italia segnaliamo “Casa Loic” sita a Capena-Roma): la scuola cura che venga mantenuto un rapporto costante tra i bambini sani e quelli meno sani attraverso molteplici incontri sia di carattere pratico (attività di agricoltura, di artigianato) sia artistico (rappresentazioni teatrali e musicali comuni) sia ludico (feste, gite, ecc.).

L’essere umano è già, in questo secondo settennio, ciò che noi ci affanniamo a fare di lui (e di noi stessi) in età adulta: è un vero ecologista e anche un essere volto alla socialità e alla tolleranza. O meglio, lo sarebbe se l’ educazione non stravolgesse completamente la lettura della condizione animica della sua età e non lo obbligasse a modificarla. Un essere umano al quale sia stato concesso il tempo , almeno fino alla pubertà, di incontrare e interpretare il mondo esterno secondo questa vivezza (e immediata verità) delle connessioni e delle relazioni, da adulto non inventerà la vivisezione, o gli allevamenti-lager, non inquinerà l’ambiente, non concepirà la vita sociale e lavorativa come un luogo di arrembaggio, prevaricazione e strategia.

Ciò non significa che gli si debbano nascondere queste realtà che esistono e sono comunque il frutto della libertà umana: significa semplicemente non cancellare, soltanto perché noi adulti non ne abbiamo più percezione, una modalità di approccio conoscitivo globale (in senso artistico – qualitativo e non la globalità quantitativa del puzzle o dell’insiemistica) che a quell’età chiede di essere rispettata; assecondandola, si preservano l’agilità e la creatività della mente, e il sentimento di appartenenza alle vicende del mondo, prodromi di ogni capacità di vera responsabilità.

L’allenamento precoce alla valutazione critica delle cose (e di se stessi), base indiscussa degli obiettivi cognitivi nell’abbozzo di riforma, è proprio il modo sbagliato di favorirla: nessun essere umano potrà mai autonomamente e in profondità giudicare qualcosa se prima non gli sarà stato concesso il tempo e il modo di godere, di provare meravigli, di entusiasmarsi, di essere grato o addirittura di intimorirsi di fronte ai misteri e alle complessità del mondo. Questa è la via propria dell’arte. Procedere per definizioni, invece, non allena alla scientificità, ma prepara alla burocrazia scientifica.

Per tutti questi motivi la pedagogia steineriana procede dalla prima alla settima classe contessendo d’arte le varie materie: arte intesa come una semplice aggiunta di attività musicali, recitative, pittoriche, di modellaggio, di scultura, di euritmia – che pure ci sono – ma soprattutto come arte insita nel modo stesso dell’insegnante di presentare le varie discipline.

Lavorare per immagini, rintracciare le risonanze che collegano le cose tra di loro e all’uomo stesso significa ritrovare ciò che le cose e gli esseri sono ed esprimono prima di venire catalogati, definiti, analizzati. Così come la lingua madre si impara ben prima di studiare la grammatica, che pure ne costituisce lo scheletro, così come si può realmente entrare nella bellezza di una poesia o di una novella o di un romanzo solo se ci è consentito di compenetrarcene in silenzio e con dedizione senza l’incubo del commento o dell’analisi del testo.

Bisogna dare ai ragazzi pensieri che possono crescere con loro, che possono maturare e anche morire (e solo ciò che è vivo può morire), che abbiano la caratteristica di non irrigidirsi rimanendo tali e quali per tutta la vita. Ciò che è più difficile rimuovere, in età adulta, sono proprio questi pre-giudizi (= giudizi precoci) ingoiati da bambini e da ragazzi, queste definizioni date sulle cose e sugli uomini prima di poter esercitare veramente la capacità di giudizio; essi diventano poi griglie di sistematizzazione del mondo e possono generare solo altri pensieri sempre più rachitici e liofilizzati da cui, in ultima analisi, scaturirà sempre l’intolleranza.

La ricchezza delle dimensioni della vita sulla terra e fra gli uomini che può essere offerta all’alunno che va dai 6/7 anni ai 13/14 anni è veramente inesauribile e, soprattutto, èun vero standard di verifica vedere con quanta gioia, partecipazione e impegno l’alunno risponda: quando si riesce ad accendere in lui quella voglia di conoscere le cose (voglia di cui è già dotato semplicemente perché è un essere umano),si ha la riprova che a nulla servono i voti, gli esami, i castighi, la competizione, la minaccia della bocciatura o altri artifizi simili.

Per fugare eventuali sospetti che la pedagogia steineriana possa evocare un’educazione “secondo natura”, alla “buon selvaggio” o, peggio, una scuola senza sforzi, rimandiamo alla descrizione del programma e aggiungiamo che la qualità dell’impegno che viene richiesto al bambino e all’adolescente è di tutt’altra natura. Da ciò consegue che anche i momenti di verifica del percorso scolastico avranno un carattere completamente diverso.